Bruce Springsteen: can you feel the spirit?

Bruce Springsteen forse non è umano. Eppure non c’è niente di più umano e profondo delle emozioni che ha regalato ai 35.000 che hanno affollato la spianata di Capannelle a Roma qualche giorno fa. C’erano bambini e ragazzi, magari al loro primo incontro con il Boss;  cinquantenni vestiti con le magliette di concerti degli anni 80, perché loro già c’erano e già lo amavano; anche i settantenni e qualche ottantenne che ancora riuscivano a saltare con Dancing in the dark. Tutti diversi ma tutti con gli occhi che brillavano guardando quel palco enorme riempito dalla foga e dalla spensieratezza dei musicisti della E Street Band che senza un attimo di pausa hanno attaccato ad ogni one two three four di Bruce.
bruce
Bruce parte con Can you feel the spirit e rimane nel cuore, fa emozionare, ridere e piangere con le sue canzoni, fa commuovere per l’amore che dimostra verso i suoi fan. Immancabile il bambino che sale sul palco a Waiting on a sunny day; inaspettata invece NYC Serenade, eseguita per la prima volta fuori dal suolo americano, con un sestetto d’archi della romana Orchestra Sinfonietta. Il Boss, quasi 64 anni sulle spalle, saltella sul palco, raccoglie i cartelloni del pubblico e come un jukebox suona quello che gli richiedono. Nel bel mezzo del concerto spunta un cartello con scritto “Dance with me and my man will marry me”: Bruce acchiappa al volo la fanciulla, la fa ballare con lui, poi indica il ragazzo tra la folla e mostrandogli l’anulare gli fa cenno “Ora la sposi eh!”. Non soddisfatto, fa salire sul palco anche il ragazzo che si inginocchia e chiede in sposa la fidanzata. Poi abbraccio collettivo con Bruce: e amore eterno sia. 
Il Boss continua inarrestabile, infila un successo dietro l’altro, cambia chitarre in continuazione lanciandole agli altri musicisti e tenendole, come sempre, in verticale, suona Born in the USA, canta Twist and shout e sembra non volersi più fermare. Sul mega schermo passano gli amici perduti, Danny Federici e Clarence Clemons: niente parole, basta la musica, bastano il sax e l’organo.
Alla fine, dopo 3 ore di pura musica, di puro rock, presenta e saluta la E Street Band tra gli applausi scroscianti del pubblico. Lui solo rimane sul palco, con una chitarra tra le mani e un’armonica al collo. Sulla spianata di Capannelle scende un silenzio sacrale.
L’ultimo regalo a Roma: Thunder Road.
I vestiti cambiano. Resta l’energia.

Madness

. . . . . ... ... .... (m-m-m-m-m-mad-mad-mad)

. . . . . … … …. (m-m-m-m-m-mad-mad-mad)

Tra 60.000 persone, ieri all’Olimpico c’eravamo anche noi. I Muse hanno suonato per due ore, lasciando a becco aperto tutti gli spettatori con fuochi, fiamme, coriandoli, mongolfiere, luci, neuroni pronti ad esplodere. Ma soprattutto per la loro musica che ha fatto saltare, cantare ballare ed emozionare tutti, da quelli che erano lì sotto al palco a quelli che guardavano dalla lontana curva nord.

Il palco ha iniziato a suonare con Supremacy.

La folla si è illuminata di accendini con Explorers.

Tutti sono impazziti con Madness.

I Muse hanno salutato Roma con Starlight, la conclusione perfetta.E non sono tornati sul palco. Bravi, così si fa.